Un’intervista a Giulio Paolini

(Alighiero Boetti. Foto di Isabella Gherardi)

Intervista di Ludovico Pratesi a Giulio Paolini per Alighiero e Boetti Day

Maggio 2011

LP Quando ha conosciuto Alighiero Boetti e in che occasione?

GP ll primo incontro con Alighiero avvenne nel corso dell’inaugurazione della sua prima mostra personale alla Galleria Christian Stein di Torino nel 1967.

LP Com’era il clima culturale di Torino nella seconda metà degli anni Sessanta?

GP A quell’epoca, come sappiamo, era proprio a Torino che – per ragioni complesse e in certo senso misteriose – accadevano gli episodi che si riveleranno tra i più significativi dell’arte italiana…
Forse proprio per la sua non conclamata gloria artistica e culturale – a confronto di città italiane più ricche di storia – Torino ha saputo cogliere la sfida di un’evoluzione in senso internazionale che ha portato contatti nuovi e inaspettati, anche per merito di alcuni protagonisti come Luciano Pistoi, Gian Enzo Sperone, Christian Stein… e poi seppure a certa distanza Giulio Einaudi, Italo Calvino, Carla Lonzi, Corrado Levi, Saverio Vertone…

LP Qual è la pima opera di Boetti che ha visto?

GP Come ho detto, non un’opera ma l’intera sua prima mostra, che in un certo senso poteva considerarsi una sola opera organica: una sorta di dichiarazione d’intenti dalla precisa coerenza tematica. Anche la sua mostra immediatamente successiva alla Galleria De Niebourg a Milano – dove nello stesso periodo avrei poi esposto anch’io – era costituita da un’unica area dove le varie opere quasi si contendevano lo spazio al suolo. Del resto anche l’invenzione del One Hotel a Kabul (l’albergo dotato di una sola stanza) rientra in questa ottica di riduzione all’uno.

LP Come s’inserivano le vostre figure all’interno dell’Arte Povera?

GP Tra me e Alighiero si stabilì subito una sorta di sodalizio se non proprio avverso all’Arte Povera, di spiccata propensione a una sorta di concettualità… Quel che ci univa era soprattutto la vocazione a intendere l’arte come terreno di rischio, di gioco serio ma non serioso, elegante ma non compiacente…

LP Eravate soltanto colleghi o anche amici?

GP Eravamo soprattutto amici.

LP Com’erano i vostri rapporti con i galleristi?

GP Ovviamente molto acerbi ma non di meno molto selettivi: “selezionavamo”con cura le gallerie con le quali avremmo voluto collaborare.

LP Su quali basi era fondato il vostro rapporto con i critici d’arte e in particolare con Germano Celant?

GP Anche in questo caso si trattava più che altro di un rapporto fondato sull’amicizia,vale a dire che un’attenzione critica era così preziosa e inaspettata da esser presa per “oro colato”… Soltanto in seguito si sarebbero profilati atteggiamenti e punti di vista non sempre perfettamente concordi. Proprio allora la figura del critico cominciava ad abbandonare il ruolo di “recensore”, di giudice temuto e riverito, per cedere il passo a quello di amico, confidente, “profugo” di una funzione al tramonto e in cerca di nuova ospitalità.

LP Che vita facevano gli artisti in quell’epoca? Quali erano le occasioni d’incontro e di dibattito culturale?

GP Un certo spirito di “casta”, di stretta appartenenza e di aderenza a certi principi spesso fin troppo radicali ed esclusivi… Forse proprio per questo non disdegnavamo passatempi correnti, o persino banali: una serata al circo, al Piper Club di via XX Settembre, al cinema e simili…

LP Alighiero e Boetti: due facce della stessa medaglia?

GP Certamente… Anche questo è un aspetto significativo della fuga dal “soggettivismo”, della fuga dall’idea di personalità e della sua espressione che serpeggiava tra gli artisti in quegli anni. E una certa insistenza sull’idea del doppio e dello sdoppiamento non mi trovava in effetti estraneo…
Si trattava – così almeno credo – di accogliere, dar forma e luogo all’opera senza però impersonare il ruolo di “autore” come figura “autorevole”, cioè dotata di personalità e quindi ostaggio di un proprio stile.

LP Genio e sregolatezza: due termini appropriati per definire la personalità di Boetti? Alighiero Boetti: sciaman o showman?

GP Genio e sregolatezza: due termini appropriati e difficilmente scindibili quando si parla di definire la “personalità” di un artista. Interiore ed esteriore, implicito ed esplicito, pubblico e privato, profondo e leggero… ma sempre coerente.

LP Qual è stata l’influenza di Boetti sull’arte dopo la sua scomparsa?

GP In tutta onestà, anche se è un’onestà che mi costa un po’ cara, devo ammettere che l’influenza del suo lavoro sui giovani artisti di oggi è ben superiore alla mia… La sua schietta immediatezza, la misura di un gioco appariscente piuttosto che latente, il gusto per un’etimologia delle cose più che della storia gli attribuiscono ora quel giusto merito che occorre certamente riconoscergli.

Il PDF dell’intervista è anche qui, sul nostro profilo issuu.

 

2 Comments

  1. Bel sito!

  2. Maestro Giulio
    è sempre bello sentirla parlare
    gL

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