Brian Eno – Lo scultore del suono

[REC]

BRIAN ENO – Lo scultore del suono

Un non musicista che ha cambiato la musica.

Un artista multimediale che propone il suono come scultura o come pittura.

Un produttore che ha segnato indelebilmente il percorso di alcune delle più importanti rock band “planetarie” contemporanee, che si propone come autore di brani che non devono “turbare la conversazione”.

Un costruttore di complesse architetture sonore, ma anche di giochi compositivi per utenti di smartphone (come se una scatola di Lego fosse ideata e studiata da un “archistar”).

Tutto questo, e certo dimentichiamo qualcosa, è Brian (omissis) Eno. Una presenza trasversale, “obliqua”, per taluni ubiqua, che ha attraversato non solo la musica, ma tutta la cultura pop.

Per chi scrive uno dei meriti principali di Eno è certamente stato quello di creare “spiazzamenti”, veri e propri cambi di prospettiva. Tutto questo spesso in contesti rigidi, chiusi intorno alle loro “leggi”, e proprio per questo prossimi a scontare sul versante della creatività questo immobilismo.

Un ”ingegnere del suono” che troviamo al lavoro dietro le quinte di un gruppo glam/pop/rock quale i Roxy Music degli inizi, o nelle sale di produzione dei gruppi ed artisti rock capisaldo degli ultimi 30/40 anni (Talking Heads, David Bowie, U2, Coldplay, …).

In ambienti dove gli artisti si impongono all’attenzione con eccessi e provocazioni, e dove la regola starebbe nel rispetto del produttivo stereotipo, nonostante la sua “adolescenza” artistica da rockstar, Eno interviene in modo del tutto diverso a suggerire accostamenti inconsueti, rischiose “palette” multicolori e nuovi territori espressivi.

Tutto quello che ha incontrato è stato tracciato – “enossificato” – e caratterizzato in modo non paragonabile al tracciato professionale di altri produttori “professionisti”: che derivi da una reale condivisione, da uno scambio a un livello più alto, dalla cessione di una quota di autonomia artistica, da una fascinazione o da un abbandono.

Un musicista – a dispetto della sua auto classificazione come non musicista – che espande i confini della musica e della sua fruizione, rielaborando concetti sull’importanza dell’ambiente destinato ad ospitarli, quale componente chiave e come artista sincretico/sinestetico che combina “son et lumière” in opere organiche e fluttuanti, “subliminali” e discrete.

Una scelta che sembra di “understatement”, ma che ha dato originalità e forza ai suoi progetti.

L’affinamento dell’”alchimia sonora” lo ha anche portato alla definizione di nuove “musiche possibili”: dentro questo filone si trovano alcune delle perle più brillanti di una sperimentazione al tempo stesso rigorosa e accessibile, una ricerca “seminale” che lascerà certamente frutti, da alberi piantati nell’intersezione delle culture e dei linguaggi: nuovi ibridi, esperimenti di ingegneria genetica musicale, che hanno visto suoni di sintesi incontrare poliritmi africani, …

Eno lavora sui confini: tra generi, tra disposizioni d’animo, stressando i bordi dei territori dei diversi linguaggi, per poi unirli in forme nuove.

Il suo lavoro è spesso “prodromico” al reale manifestarsi dell’opera, rientrando quindi programmaticamente in quel piano di spostamento/spiazzamento di cui si diceva. Pianificare meraviglie a cui l’artista parteciperà anche da spettatore, con la levità di un bambino che gioca, o predisporre strumenti di creazione artistica e musicale, ricordando sempre che giocare e suonare in inglese si coniugano con lo stesso verbo.

Soundtrack di film reali o immaginari, intensi ma impalpabili, i suoni di Eno tessono una trama unica nel panorama sonoro internazionale, ed hanno sentore di ricette che non abbiamo ancora provato, luoghi che non abbiamo ancora scoperto.

In un gioco di specchi e di apparenti contraddizioni, troviamo nel lavoro di Eno, ancora oggi, semi di futuro.

D.: Uno dei meccanismi dell’arte generativa – che è uno dei processi che utilizzi – è che l’artista è la scintilla di un processo controllato, in continuo cambiamento. Credi di essere Dio (scherzo)?

R.: Penso che tu lo sia! Non vedevo l’ora di incontrarti (ride)!

Il brano che ho composto per la Reggia di Venaria e per la sua Grande Galleria (“Music for the Great Gallery”) ad esempio, è un brano fisso, dura 74 minuti, ma è stato composto con il metodo generativo. È quindi una combinazione di questi due elementi. È un meccanismo che potrei spiegare nel dettaglio ma è veramente noioso. E un po’ quello che si dice delle salsicce: sono buone ma non vuoi realmente sapere come sono state fatte! Stessa cosa con la musica. Ma posso annoiarvi e spiegare come ho costruito questo brano. Avete portato i pigiami?

Partiamo da una scala di sette note, molto semplice. L’ipotesi iniziale era questa: quanti gruppi di cinque note si possono trarre dalle sette note dei tasti bianchi del pianoforte? Ognuno dei dodici movimenti di questa piece usa cinque di queste sette note. Ogni parte può durare ad esempio otto minuti, in questi minuti non si ascoltano mai queste due note nel tema, ma che invece posso usare in modo più intenso come sezione “bassa”. Nella parte successiva posso usare queste due note nel tema e porne altre nella sezione “bassa”: in una composizione di Schonberg questo potrebbe avvenire in una frazione di tempo molto piccola…

Il processo compositivo scelto è simile all’atto dello scolpire, togliere qualcosa – in questo caso – da una scala di note. Tra una parte del brano ed un altra c’è un cambiamento di umore molto sottile. Questo è il motivo per il quale ho chiamato questo brano anche “le dodici stagioni”. Lavorando a questa composizione, per alcune delle sue parti ho avuto l’impressione che potessero descrivere diverse stagioni: una parte il primo inverno, un’altra la tarda estate, … . Solo per mio scopo descrittivo ho chiamato sette di queste parti con il nome di stagioni. Questo è quello che ho cominciato a fare quando ho iniziato a comporre. Quindi dodici stagioni: tre volte meglio di Vivaldi! Ce ne ha date solo quattro! Il prossimo anno mi spingerò fino a quindici stagioni… (scherza)

D.: Alcuni dei tuoi lavori artistici – in particolare le app per Iphone – si atteggiano come “strumenti di ispirazione” e “giochi creativi”: vi scorgo una consapevole intenzione di diffondere creatività, per loro tramite. Pensi che la tecnologia, e gli artisti contemporanei che ne fanno questo uso, possano garantire ad un più ampio numero di persone di divenire artisti anch’essi? Nel futuro tutti saranno artisti, in questo senso?

R.: La nuova tecnologia crea sempre un nuovo tipo di artista. Io stesso non sarei mai stato musicista, prima dell’avvento dello studio di registrazione. Raffaello non sarebbe mai stato un pittore, prima dell’avvento della tecnica della pittura ad olio.

Ogni nuova tecnologia crea nuovi artisti, che si muovono al suo interno e che magari non sanno fare le cose come le facevano coloro che li hanno preceduti. In quel caso c’è sempre qualcuno che salta fuori e dice: “Non sanno fare niente!”. Ma in realtà possono fare qualcosa di nuovo. La cosa bella nell’essere i primi ad usare una nuova tecnologia e che nessuno può dirti: “Non la stai usando bene”. Quando si comincia sei tu che fai le regole.

D.: La musica “descrive” o è uno strumento che “costruisce”? L’arte incide sulla realtà?

R.: Questa è una domanda molto interessante, che ha una lunga risposta. È la domanda più interessante per me, perché è qualcosa a cui ho dedicato attenzione negli ultimi quarant’anni. Allora ti darò cinque risposte brevi, in “stile zen”.

L’arte è un “simulatore”: sai, come quando si sta seduti all’interno di un simulatore di volo, per imparare come si vola e come non ci si abbatte al suolo. Una delle cose che si possono fare con l’arte è di avere quelle esperienze che sarebbe troppo pericoloso avere nella “vita reale”. D’altro canto l’arte è “sicura”. Anche se questa ritengo non sia una risposta che piaccia molto in questo momento in Italia, ritengo che l’arte sia “sicura”, non ci sia nulla di male in essa (e nella sua cura – n.d.r.). L’arte è una forma di esercizio. Gli umani fanno questa cosa meglio di chiunque altro nell’universo: si domandano “ che cosa accadrebbe se … ?”, cioè immaginano. L’arte è empatia. Il talento creativo deve essere esercitato continuamente. Parte di questo talento è legato al dono dell’empatia. Per esempio anche se noi non stiamo usando esattamente lo stesso linguaggio, sono in grado di costruirmi un modello nella mia testa di quello che è nella tua testa. Questo non solo perché io incontro molta gente, anche perché vedendo molta arte riesco anche a immaginare che cosa c’era nella mente dell’artista che ha creato. Per esempio: ritengo di non conoscere nessuno psicopatico, ma penso di conoscere la mente di uno psicopatico perché ho letto abbastanza libri in materia. Per esempio “Lolita” di Nabokov.

L’ultima cosa su questi argomenti – perché altrimenti potrei parlarne tutta la notte – relativa al giocare dei bambini. Col gioco i bambini scoprono come le cose funzionano, come sono fatte e come le persone entrano in relazione l’una con l’altra. Imparano mentre giocano. I bambini imparano attraverso il gioco, gli adulti imparano attraverso l’arte.

 

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